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CENTRO STUDI "ERIC SAMS" per la ricerca sul Lied tedesco
Direttore Erik Battaglia
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ERIC SAMS: RECENSIONI DI LIBRI
Music, the arts and ideas
by Leonard B. Meyer.
Leonard B. Meyer è noto per il suo classico Emotion and meaning in music (1956). Allora era professore di musica a Chicago, oggi è capo di quel dipartimento. La sua tesi presente, che nelle arti vi sia una deliziosa diversità di stili e tecniche differenti, ricorda la gaia massima nel Libretto rosso di Mao Zedong, “che cento fiori fioriscano, che cento scuole gareggino”. Spero che il presente volume non finisca per essere il libro in rosso del capo dipartimento Meyer, sebbene stile e contenuto siano talvolta superiori a quelli del libretto in mandarino. [Virtuosismo di giochi di parole intraducibili, come spesso in Sams: “Little Red Book” è il “Libretto Rosso” di Mao; “Little Read Book”, “Libro poco letto” è ciò che l’opera di Meyer è destinata ad essere; “Mandarin” è anche l’intellettuale di sinistra degli anni ’70, ndT] La Parte I, “Com’è Stato”, è la ristampa di cinque saggi precedenti che anticipano la nuova tesi. Parte II, “Com’è e Forse Come Sarà” la discute con vigore e brillantezza avvincenti. Parte III è “Formalismo in Musica” – non “Il Mondo Senza Fine” come vi sareste potuti attendere. Ma entrambi andrebbero bene; non solo “prove evidenti indicano che il formalismo sarà l’ideologia estetica dominante nel futuro periodo di stasi” ma la stasi stessa è presentata come un duraturo stato di cose. Secondo il Professor Meyer, ciò è accaduto (se “accaduto” non è una parola troppo forte) perché le forze che si adoperano al cambiamento della società sono declinanti; credo in Dio, religione, “mente”, Progresso, finalità, individualismo, espressione di sé. Allo stesso tempo lo spirito prevalente della nostra cultura può ben essere caratterizzato da “tendenza alla diversità, tolleranza per il pluralismo, gusto per l’incongruità”. Lo Zeitgeist sembra essersi trasformato in Poltergeist. Ma in quest’assenza di schemi uno schema può essere comunque identificato. Tra i mari spumanti del pop (o trad) e le nuvole ondeggianti del trascendentalismo si ergono le rassicuranti montagne del formalismo con le loro alte cime di abilità ed eleganza. Il quadro è investito di autorità, persino di grandeur, dalla sua profondità intellettuale e dalla prospettiva della sua composizione. Altrimenti si potrebbe obiettare che questa visione in secondo piano [middle distance, ndt] è solo un modo di conferire incanto alle viste della media borghesia [middle class]; abilità ed eleganza sono solo i valori del maestro di scherma e del maestro di ballo, adatti perlopiù al divertissement del bourgeois gentilhomme. Parimenti si potrebbe sollevare una serie di obiezioni alla tesi-base della diversità nello stato durevole delle cose, se fosse stata formulata da chiunque altro; ad esempio, potrebbe semplicemente rispecchiare l’impossibilità di discernere ciò che è durevole da ciò che è transeunte. Oppure si potrebbe ribattere che la tesi, sebbene vera, sia di poco conto. Forse la varietà è solo nel nome; pensiamo a parole diverse da “musica” per certi sviluppi contemporanei, e il problema svanisce. O forse la varietà è fin troppo reale, ma non è altro che il riflesso della attuale disarmonia sociale. Ciò condurrebbe alla confutazione del tutto tolstoiana che, siccome l’argomento complessivo del libro è un mistero vacuo per quasi tutta una metà del mondo e per tutta l’altra metà, è poco rilevante per l’arte propriamente detta. Queste potrebbero essere alcune delle obiezioni che il Professor Meyer anticipa e in verità invita a postulare nella sua prefazione. Se è così, non credo si debba preoccupare troppo. Abbandonare la ricerca di spiegazioni all’arte, con qualsiasi pretesto, è mera cosa da filistei. Naturalmente ci vogliono libri di questo tipo; naturalmente l’autore ha ragione nella sua convinzione che “le questioni affrontate e i problemi posti sono importanti, eccitanti e divertenti” (anche se non necessariamente in questo ordine). Il suo lavoro sarà rivolto ad un gruppo limitato; ma quei pochi che spartiscono il suo interesse dichiarato ne trarranno un bel profitto. Dubito che molte menti migliori della sua si siano dedicate all’estetica in questo secolo. La sua applicazione della teoria dell’informazione e del principio della discontinuità gerarchica (per citare due soli esempi tra i molti di questo libro) sono d’importanza durevole per i filosofi della musica. Che dire dei profani? Beh, c’è almeno tanto da divertirsi con il gioco brillante delle idee che con quello del pallone (una riflessione forse suggerita dal ricorrere di frasi come ‘attività orientata al fine [goal, ndt]’, seguita da ‘movimento diretto al fine [id.]’). Nondimeno, vi sono da assegnare rigori. La gran parte della massa vedrà il Professor Meyer, per la sua velocità e verve, già ben oltre la palla ma addirittura fuori dallo stadio. Precorre così i suoi tempi che è già lo storico dell’arte del futuro. Forse, dopotutto, egli ha un po’ troppa fretta nel licenziare Dio e il Progresso dall’universo. O forse tutti i teisti e progressisti sono già fuorilegge nella Chicago dei giorni nostri? Ci può ben essere in questo momento un forte vento di cambiamento che si prende un po’ di fiato da qualche parte. Ma senza dubbio – meglio o peggio che sia – non spirerà mai; la storia dell’estetica occidentale si metterà finalmente al passo con la tesi del Professor Meyer, e realizzare una fluttuante stabilità di deliziose diversità. Nel frattempo nello studiare queste 300 pagine taglienti e chiaramente ragionate dobbiamo essere pronti a “comprendere la molteplicità del pensiero e della cultura del XX Secolo” non appena anche noi ne avremo sentore.
The Musical Times, lug. 1968 (p. 631) © the estate of eric sams (trad. Erik Battaglia)
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