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© Erik Battaglia, 2007

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ERIC SAMS: RECENSIONI DI LIBRI

 

 

 

The musical symbol by Gordon Epperson. Iowa State University Press

 

Questo è un libro per critici e studiosi d’estetica di buon cuore, se mai ve ne siano. Di prima analisi, la sua tesi è poco originale, la sua prosa vaga e prolissa e la sua pianificazione inadeguata (un punto stigmatizzato dall’indice molto incerto). D’altra parte, si tratta di un intervento originale e valido, il cui pensiero di fondo è spesso significativo e talvolta profondo.

      Come può essere? Sportivamente l’autore stesso ce lo dice (p.xiii). “I musicisti attivi sono di solito troppo assorti nel loro lavoro musicale per scriverne o parlarne in maniera sistematica”. Non c’è bisogno di dire ai lettori che il Professor Epperson è un musicista attivo. Né che lo stile è notevolmente eufonico (“…un’essiccazione di una speculazione teorica accompagnata da una crescente preoccupazione…” lo indica chiaramente). Ma lui tratta i suoi soggetti come soggetti di fuga, con ripetizioni, allusioni e episodi – come sezioni musicali di sviluppo, non esposizioni verbali. Si ascolti ad esempio il primo tema, anticipato nella lenta introduzione, p. xiv: “Questo libro sviluppa il concetto di musica come simbolismo non-verbale”. Alla pagina successiva: “Il significato musicale è non-verbale”. Poi il libro inizia con un abbellimento: “Che la musica sia un’arte non-verbale dovrebbe essere lampante”. Due pagine dopo, in corsivo: “Il significato musicale è non-verbale”. Capito?

       Ma la gran parte del libro è un’allusione enigmatica a un tema non detto. Per il Professor Epperson, “anche indicare vie investigative… è un progetto ambizioso, soggetto a molti pericoli”. Eppure, lui li affronta; e la pagina 18 lo trova coraggiosamente a indicare una via, dopo aver dato “forti indicazioni riguardo alla direzione del mio pensiero”. Aveva, dunque, imboccato quella via.

       Il suo inseguimento è lento. Tutto viene ripetuto almeno due volte, mai usando una sola parola se ne può usare dieci; e di queste almeno tre saranno “modalità”, “virtuale” e “simbolo”. Per via possiamo godere dell’ottica di quasi chiunque altro; più di 100 saggi immortali in circa 300 pagine mortali. Dal pensiero di Confucio al pensiero di Sessions troviamo il ricordo delle cose passate. Vien fuori che quest’antologia critica è “probante” (sic, p. 231) d’una teoria ancora non formulata. Così un’idea espressa per primo da Aristotele è di “grande importanza nel precorrere concetti più tardi… e, in particolare, nel precorrere la mia stessa idea”. Grazie, Aristotele.

       Verso la fine raggiungiamo una definizione dell’argomento del libro. “Il simbolo musicale è una struttura sonora intelligibile, appresa tramite l’ascolto nelle sue proprie modalità di tempo e movimento virtuale” (p.292). Questo scoperta decisiva,  veniamo poi a sapere, “serve come punto di partenza per la mia particolare teoria della musica”. Un po’ in ritardo.

       Prima l’autore aveva spiegato: “Fin qui ho sparso riferimenti che compongono per la gran parte la teoria dell’arte di Susanne Langer” (p. 242). Questo ci dice molto sulle fonti e anche sul metodo di esposizione. I molteplici riferimenti alla sua famosa “La musica è un’analogon sonoro della vita emotiva” includono tre diversi tentativi di citarla. Nonostante tutto ciò, il contributo originale quando arriva (all’ultimo capitolo) sembra dire che sia valsa la pena aspettarlo. Se la musica è un’analogia, allora deve funzionare come un simbolo o un’astrazione. In quel caso, così ragiona il Professor Epperson – se capisco e riassumo bene i suoi argomenti –  più la musica è astratta meglio è. Musique concréte sarebbe una contraddizione in termini. Vengono postulati quattro livelli di astrazione. Nel più basso (il peggiore) “c’è un’enfasi sulla struttura musicale” e “l’idea musicale è debole” – ovvero: molto di Cage, qualcosa di Stockhausen. Di contro al livello più alto (il migliore) “domina l’idea” e “il medium in alcune opere può essere cambiato senza grave perdita” – ovvero L’arte della fuga.

        Naturalmente non tutti vedranno con favore questo tipo d’ordine, tantomeno un ordine di merito. Mi sembra però che come principio di classificazione derivante da e complementare alla teoria della Sig.ra Langer l’idea può essere presa in seria considerazione da studiosi d’estetica e critici.

        Con tutto il rispetto, però, non si confà a qualcosa come 100000 parole. Ed è un gran peccato; perché sotto la superficie delle parole, tra le righe, riusciamo a percepire il musicista dedito e sensibile che ha una profonda e intuitiva comprensione della sua arte. Ma temo che il professore sia prigioniero della propria profondità. La sua affinità con la natura enigmatica e interiore della musica è un punto a suo sfavore. La musica può essere non-verbale; i libri no.

 

The Musical Times, giu. 1968 (p. 541) © the estate of eric sams

(trad. Erik Battaglia)

 

 

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