Home Eric Sams – Saggi e Recensioni
ERIC SAMS: RECENSIONI DI LIBRI Musikästhetik,
ii: Die Romantik und der Kampf ästhetischer Richtungen
by Stanislav A. Markus. Deutscher Verlag/Breitkopf Solo un vero, eroico teorico, ad esempio uno di stanza
in Unione Sovietica, poteva scrivere 560 pagine sull’estetica della musica
senza mai menzionare l’idea del bello o la musica nella sua realtà dei
fatti. Tali argomenti sono lasciati al musicologo borghese. Stanislav
Markus merita pieni voti per i suoi fatti, ma si vota in pieno a Karl Marx
per le sue interpretazioni; e temo che la sua fatica, considerata come una
teoria del valore, sia stata perlopiù vana. D’altra parte, molti studiosi
occidentali potranno approfittare di alcune sue ricche offerte. Primo, egli
mette a disposizione un’antologia onnicomprensiva di rilevanti, eruditi
dati, tratti da un’impressionante messe di letture. Secondo, il suo
presupposto dottrinario che la musica non è una struttura sonora
autosufficiente (“formalismo reazionario”) potrebbe essere plausibile e
addirittura persuasivo. Il guaio è che il libro stesso è parte di un
sistema autosufficiente, proprio come il formalismo che intende deplorare e
agli antipodi del realismo che ha la pretesa di esporre. Avrebbe bisogno di
un’ulteriore traduzione, non solo dal russo al tedesco, ma dall’asserzione
al raziocinio. Un’introduzione
generale sul Romanticismo (il XVIII secolo veniva analizzato in dettaglio nel
vol.I) è seguita da resoconti ben documentati sugli scritti e i detti (mai
sulle opere) di Berlioz, Chopin, Schumann, Liszt e Wagner. Sembra
sorprendente che Wolf non venga ascoltato in Russia; un’omissione
madornale, addirittura grossolana [howler=ululato, ndt], soprattutto perché quella
voce si sollevò notte dopo notte per anni proprio a sostegno delle cause
qui sposate. Attenta analisi viene dedicata alle opere critiche di Hanslick
(perché non agli scritti infinitamente migliori di Bernard Shaw?) e all’estetica
più sistematica di Vischer, Schopenhauer, Hartmann e Kurth. Ci sono anche
appelli all’autorità politica, che, nel senso comune, è quanto di più
distante dalle istanze dell’estetica. Ma questo sembra perlopiù un rituale,
come lavare i propri len(in)zuoli sporchi in pubblico. Molto più sinistro,
credo, è il poscritto di visto e
approvato da parte di un anonimo scribacchino di partito, come se gli
studiosi sovietici dovessero essere coadiuvati da un apparatchik critico. Questa
poderosa ostentazione di apprendimento, questa corazzata rigidità
d’approccio, prospettiva e attitudine, resi ancora più pesanti dalla
traduzione tedesca, sembrano un carro armato di Stalin da 47 tonnellate
bloccato sui suoi stessi solchi. Consideriamo le pagine 367-89 come paradigmatiche
dell’intera campagna. Il loro intento è un assalto generale alla Bastogne
della teoria reazionaria, il formalismo di Eduard Hanslick. Come prima
cosa, si disegna la mappa della posizione nemica, con gran dispendio di
citazioni (non sempre specificate). Poi ci vengono sottoposti rapporti
dettagliati d’intelligence, da fonti russe e non solo. Poi si risveglia il
fervore patriottico delle truppe con la notizia che Hanslick aveva in
particolare antipatia la musica russa, per i suoi elementi realistici,
popolari ed espressivi. Infine comincia il bombardamento; la grande e
grigia bocca di cannone vomita ad alzo zero il suo fuoco di sbarramento e
di biasimo. Ma quando la polvere e i detriti si diradano, tutto sembra come
prima. Il bersaglio è salvo perché le munizioni erano a salve. Alcuni
fatti, questo è vero, sono stati correttamente chiosati. Primo, la famosa
monografia di Hanslick Il bello
musicale era veramente un’opera giovanile, e di modeste proporzioni. La
sua pretesa che la musica sia essenzialmente forma, senza un contenuto
separabile, non fu mai sviluppata, mai spinta oltre, ma, al contrario, fu
spesso ignorata e persino contraddetta dal suo autore, nella pratica
critica sia antecedente che posteriore, e nel libro stesso. L’attività di
Hanslick come compositore di Lieder (che vennero scritti molto prima e
pubblicati molto più tardi), viene registrata: ma, come da copione, i
Lieder non vengono presi in esame (forse perché ricordano troppo la musica
propriamente detta); inoltre essi sono palesemente incompatibili, come
genere e in quanto a stile, con un serio formalismo. La conclusione,
tuttavia, è che Hanslick era un tipico formalista borghese sedotto in
gioventù da Kant (Critica del
giudizio) e mai venutone fuori. Come ulteriore prova del fatto che
fosse un borghese senza speranza, ci si dice che fu angosciato nel vedere
un reazionario impiccato ad un lampione durante i moti di Vienna del 1848.
Gli studiosi di estetica dovrebbero avere una scorza più dura. Hanslick
viene giudicato colpevole su tutta la linea; e siamo tutti avvertiti che il
nostro solenne dovere è di combattere le sue tendenze formaliste e i suoi
moderni avvocati restando assiduamente vigili. Il fatto imbarazzante che lo
stesso Hanslick abbia in seguito rigettato tali tendenze è presto spiegato;
è uno stratagemma diabolicamente sottile ideato per abbindolare gli
sprovveduti. Anche i suoi apologeti ricadono più o meno in due gruppi,
parimenti reazionari. Ci sono quelli come Roland de Candé che accettano il
formalismo e lo glorificano; e quelli come Friedrich Blume che lo negano o
ne modificano il senso (che equivale a dissimularlo scaltramente o a
mitigarlo). Tutto
ciò viene decorato con cura da copiose citazioni; ma è chiaramente
insensato. Infatti il formalismo di Hanslick era del tutto atipico del
pensiero borghese, e del suo stesso pensiero; e chiunque abbia una
concezione pur minimamente indipendente dell’estetica può facilmente
formulare delle semplici ipotesi per spiegare le sue apparenti
contraddizioni. Ad esempio, egli era amico del formalista neo-kantiano
Zimmermann e nemico dell’anti-formalista e antisemita Wagner. Ma tali
possibili intuizioni, e a mio modo di vedere tutta l’intima essenza di
questo soggetto, devono rimanere ben lontani da Markus, per due ragioni.
Primo, egli inizia con le sue conclusioni, e può solo rimanere dov’è. Una
volta che lo Stato (o la Chiesa, o l’Occulto, o persino l’Inconscio,
collettivo e non) ha trasformato la mente in un’area edificabile, il libero
pensiero non ha più posti per giocare, e le idee rimangono rachitiche.
Secondo, il senso e l’atteggiamento del libro sono generalizzati e
collettivizzati, e ciò non può mai accordarsi con ciò che è personale e
individuale. Così vediamo i cannoni del musicologo sovietico ben calibrati
per spaziare su tutto lo scibile terrestre, ma non all’ombra delle loro
stesse museruole. Da qui la prodezza altrimenti inesplicabile di scrivere e
sapere così tanto dicendo e comunicando così poco. The Musical Times, febb.
1978 (p. 141-142) © the estate of
eric sams (trad. Erik Battaglia) [top]