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CENTRO STUDI "ERIC SAMS" per la ricerca sul Lied tedesco
Direttore Erik Battaglia
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Man
and the Musician
by
Victor Zuckerkandl.
Sound and Symbol di Victor Zuckerkandl (1896-1965) fu lanciato nella intraprendente Bollingen Series della Princeton University Press quasi 20 anni fa. Ma il libro sembra essere colato picco senza lasciare tracce. È stato occasionalmente citato, ad es. in The Mind (vol. i) di Mrs. Langer; ma, a parte questo, “öd und leer das Meer“ [vuoto e desolato il mare]. Questo cosiddetto secondo volume è segnato, temo, dallo stesso destino. Il suo carico è così pesante e malfermo, la sua tenuta tutt’altro che stagna. Era in cantiere già nel 1948. Ma lo sviluppo fu lento; e il suo autore (di proposito?) non lo volle pubblicare, a parte qualche motivo e passaggio confluito nelle sue conferenze. De mortuis nil nisi bunkum, ovviamente; ma penso che avesse ragione. Ho trovato questo libro immensamente musicale, meditato a fondo e ben documentato; il risultato, in una parola, della dedizione d’una vita . Ma l’ho trovato anche ripetitivo, confuso, auto-referenziale e noioso; il risultato, in 150000 parole, delle devozioni d’una vita – con il lettore che vien fatto sentire spesso come un intruso. Vediamo Zuckerhandl che brucia sull’altare della musica nel suo intenso ma limitato splendore per un pubblico intenso ma limitato. Il primo difetto fatale è nella massiccia sproporzione tra forma e contenuto. In 370 pagine posso distinguere l’eco del precedente lavoro, ma niente di nuovo salvo il concetto che “il suono esprime… la compenetrazione di soggetto e oggetto”. O, per dirla altrimenti, “il significato della canzone… sta nella trasmutazione del duplice confronto tra persona e persona e tra persona e cosa in una duplice fratellanza: io-non-lui e io-non-esso diviene io-e-lui e io-ed-esso”. Capito adesso? Io-non-proprio. Ma questo è il tono tipico e il tipico tenore di queste formule magiche. Il loro punto chiave è che la Musicalità (capitoli 1-8) è innata nell’homo sapiens, il cui Orecchio Musicale (9-13) viene poi esaminato e il cui Pensiero Musicale (14-19) analizzato. L’indagine conta largamente su opinioni di seconda mano, di specialisti vari come Helmholtz, Schenker e quelli della scuola della Gestalt. “Analisi” significa riproporre in note, parole o diagrammi (ancora sulla falsariga di Schenker, con qualche aiuto di Nottebohm) le opere o gli abbozzi di compositori da Bach a Bruckner. L’Uomo Musicista, apparentemente, prosperò per un secolo circa intorno al Reno e al Danubio. Senza dubbio anche il Tigri e l’Eufrate scorrevano, ma non dalla stessa fonte. L’uomo di Pechino non merita neanche un’occhiata. Per ‘umana specie’ si legga ‘inispecie me’ dal principio alla fine. Alla fine cominciamo a chiederci se homo sapiens non sia un altro alias per Heinrich Schenker. Ciascuna questione, inter alia, è posta separatamente. “L’uomo cominciò a cantare e a parlare allo stesso momento” (p.70). Il risultato, allora, sarà stato bizzarro – per me lo è ancora. C. M. Bowra, che realmente si occupò di questo problema, concluse che la parola fu evidentemente precedente al canto. Gli studi sui bambini potrebbero essere di qualche rilevanza; forse le madri ansiose chiedono consiglio medico se il bambino impara tardi a cantare? Ma non sia mai dover ragionare e presentare prove. Parola e canto devono essere coeve; la musica deve essere innata. L’Uomo Musicista ha parlato; la sua teoria lo richiede. Inoltre, “non vi sono argomenti reali contro tale presupposto” (p.11); e, oltretutto, “non v’è una prova reale contro tale ipotesi” (p.70); cosa ci può essere di più chiaro? Un approccio simile giustifica un ricorso costante al metodo schenkeriano, molti esempi del quale costellano il libro. I risultati sono, mi sia liberamente concesso, improbabili e in-provabili. Ma sono anche, sia detto liberamente, vitali e validi – ad esempio nella dimostrazione della verità delle opinioni che avevamo prima. Ma un critico non dovrebbe verificare e valutare le sue opinioni, invece di lodarle e attestarle? E in ogni caso come può ciò che non è comprovato provare alcunché? Attraverso questi varchi aperti nelle argomentazioni, l’inconsistente irrompe in piena. Il pensiero musicale differisce dal pensiero logico (p. 337). Ma il pensiero musicale include anche il pensiero logico (p. 352). Conclusione: l’esclusione non preclude l’inclusione. Gli esempi non solo potrebbero essere moltiplicati, ma lo sono, inesorabilmente. Il tema stesso è composto quasi interamente di variazioni. “L’uomo è musicale” è ripetuto in qualcosa come 20 modi diversi soltanto nel primo capitolo. Questa trance auto-indotta viene interrotta qua e là da una entusiastica fanfara suonata dalla tromba dell’autore stesso. “Questa dimensione umana è stata per lungo tempo adombrata nel corso della storia del pensiero occidentale. È tempo di riportarla alla luce.” Zuckerkandl comincia con il mettere delle idee in bocca al condannato Socrate; come prova generale della cicuta, possono pensare gli scettici; e in verità per quanto posso saperne il Fedone non dice nulla del genere. Ci si congratula con Socrate per la sua intuizione e la sua preveggenza. Ma non c’è ricompensa, neppure una menzione d’onore, per Jean-Jacques Rousseau, cui si deve nei fatti far risalire il concetto di Uomo Musicista (cfr. Essai sur l’origine des langues, c.1750). Come Mrs. Langer (op. cit.) osservò di Sound and Symbol, Zuckerkandl sembra così convinto delle folli teorie de ‘i filosofi’ che semplicemente non le legge. Quelle in cui si avventura vengono liquidate con taglienti sentenze (ad es. “La verità è che Hegel non vede la musica così com’è”). Vede abbastanza chiaramente che i filosofi non sono musicisti (una curiosa e inspiegabile eccezione alla sua stessa regola universale); ma il contrario non sembra essergli mai balenato. Imperterrito, egli adombra la sua stessa filosofia che (affermata o ipotizzata che sia) è in tutti i sensi il carico pesante del libro. Il segreto della musica è che i suoni hanno una vita significante autonoma. Questa è una combinazione veramente fortunata per i critici musicali, perché rende ogni loro enunciato traboccante di senso e d’interesse. Ogni melodia racconta la sua pulsante storia di vita; ogni esempio musicale attesta la volontà dei suoni. Ci saremmo aspettati che loro volontà fosse muta. Ad alcune menti il loro significato mistico risulta tuttavia manifesto. Così il suono non solo “indaga sulla sua stessa natura, cercando e trovando una risposta”, ma trasmette anche la risposta. All’ascoltatore come al compositore, la cui funzione è di “cercare consiglio nei suoni”; un responso auricolare, diremmo. I fedeli sostenitori troveranno saggezza, maturità, dignità e persino bellezza in queste idee e in queste pagine. Buona fortuna a loro, e a chi sia persuaso da Sacra Romana Princeton che questo sia un buon libro. I dissenzienti eretici tuttavia avranno la forte sensazione di essere stata mandati a sentire sermoni dai mistici tedeschi che predicano dalle dieci alle quattro – uno dei tormenti più crudeli escogitati dai massimi sadici musicali. Di sicuro c’è che questi toni e accenti sono stancamente familiari a tutti gli studenti di estetica comparata. Sono l’effetto prodotto dal pensiero tedesco nella lingua inglese del campus americano. Nella lingua originale, il gusto è quello d’una birra piccola, spesso scialbo. Ma quando ci viene rifilata la traduzione (come quella molto efficace di Norbert Guterman) la sete d’un chiarimento ce la fa percepire spumeggiante e persino inebriante. Le etichette spesso gonfiano i pregi del prodotto. The Commonwealth of Art e Greatness in Music sono peculiari come Man the Musician. Qualsiasi cosa si pensi da questo punto di vista di Curt Sachs e Alfred Einstein, nessuno potrà negare che Victor Zuckerkandl sia una appropriata miscela di dolcezza e luce [Zuckerkandl = Candela di luce, ndt]. Ma se cercate acutezza e sostanza, nell’intuizione o nella presentazione, volgetevi altrove. Tra l’homo musicus e l’homo Musikus c’è un abisso; e non lo si può biasimare per essersi spalancato.
The Musical Times, giu. 1974 (p. 477-478) © the estate of eric sams (trad. Erik Battaglia)
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