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ERIC
SAMS: RECENSIONI DI PARTITURE E DISCHI REPERTORIO VOCALE MINORE Butterworth:
Six Songs from A Shropshire Lad; Bredon Hill; other songs. Finzi: Earth
and Air and Rain. Benjamin Luxon/David Willison (Argo) Il programma non solo è eseguito insolitamente bene,
ma è anche progettato ammirevolmente, come uno svolgimento modello al tema
d’esame “Housman e Hardy: comparazione e contrasto”. Qui troviamo due
versioni ben distinte del mondo rurale. Nella contea reale dello
Shropshire, tutto è un complesso artificio fin de siècle; nella contea immaginaria del Wessex, tutto suona
semplicemente vero e atemporale. Forse, dunque, il primo richiede un
linguaggio altamente flessivo, come quello dello scomparso C.W.Orr, per
essere interpretato propriamente. Tuttavia, il cuore di Housman (sulla
carta, almeno) appartiene a Butterworth. Del cervello, invece, non si
parla; quando invece è la cote dell’intelligenza, insieme alla sua esegesi
critica, a conferire ai suoi versi il luccichio dell’acciaio e il loro filo
tagliente. Che passa come un coltello in Butterworth, il cui blando
coinvolgimento spesso manca il punto. Può “wearing white for Eastertide”
significare veramente ciò che la musica, con le sue campane da abito della
domenica, cerca di evocare? Questa costante ottusità oscura la poesia.
Anche al primo ascolto sentiamo che la frase finale di When I was one and twenty verrà ripetuta con sentimento; e, oh,
è vero, è vero. [cfr.
la poesia citata, ndt]. Fortunatamente, la
lucentezza essenziale può essere restituita alla musica da
un’interpretazione intelligente. Così in Is my team ploughing il cantante è più esplicito del
compositore sul perché l’amante sia meglio del fantasma, l’uomo verticale
di quello orizzontale. Finzi
almeno prende in prestito il suo colore dai testi, e le sue sfumature di
significato sono perlopiù accettabili. La sua musica è come se mettesse le
mani a coppa per aggiungere risonanza alla voce del poeta; e talvolta
riesce persino a migliorare quella di Hardy. Ad esempio “My Lizbie Browne” rilascia il senso
di tenerezza imprigionato nella pagina. Benjamin Luxon articola la poesia
con un’eloquenza sempre avvincente e spesso commovente. Lo stesso servizio
è reso per la parte del pianoforte da David Willison, la cui sensibilità
trasmette schiva autorevolezza. * Robert
Lucas Pearsall: Duet for Two Cats,
ed. E.Hunt. Questo duetto di gatti fece una volta un bel chiasso
durante la notte, perché fu incluso nel concerto d’addio di Gerald Moore.
Allora fu attribuito a Rossini, come nella prima edizione (Quaderni Rossiniani, c1956) e in recenti, separate
edizioni Peters. Ma a questo proposito ci sono due cose da dire. Primo, non
v’è una ragione chiara che giustifichi tale attribuzione, come il commento
editoriale dei Quaderni
ampiamente dimostra (a beneficio di tutti tranne che dell’editore in
questione). Secondo, v’è la prova che il pezzo fu di fatto scritto da
Robert Pearsall, meglio noto per O
who will o’er the downs so free. È un
peccato che l’introduzione a questa gradita nuova edizione abbia ignorato
il primo di questi punti e mancato il secondo. L’unico argomento serio è
formulato così: il duetto appare in un manoscritto di Pearsall; lui
riconosceva sempre i suoi prestiti; ergo,
questo dev’essere opera sua. Ma “sempre” viene dato per scontato; le
premesse sono state adattate per accordarsi con la conclusione. Inoltre, ne
arguiamo che Pearsall aveva l’abitudine di prendere musica in prestito, il
che invece di supportare la tesi la smentisce. Infine, è inammissibile
scrivere in copertina una storia (“di Pearsall”) che è in disaccordo con le
informazioni riportate all’interno (“quasi certamente di Pearsall”). Con
ciò non si vuole negare che i dati, presentati come si deve, indichino di
fatto Pearsall; pieno credito va dato a Hunt per aver documentato
l’attribuzione, molto tempo fa suggerita dal catalogo della British
Library. È stata una buona idea anche proporre un estratto del manoscritto
olografo, e riprodurre la pubblicazione originale (pseudonima, ex hypothesi) di Ewer e Johanning –
sebbene si potesse fare qualche tentativo di stabilire la data di
composizione (c1826). Il testo è
talvolta ambiguo; può valere la pena notare che a pag. 3 dell’Andante la
mano sinistra (batt. 1-4 e 8-11) continua a ripetere solo il I grado. Ci
sono anche altri esempi di quell’armonia esangue che si potrebbe chiamare
pedale di catatonica; non c’è da stupirsi se la gente preferiva Rossini. Ma
dopotutto il pezzo ha come unico fine quello di divertire; un bel sorriso
da tutti gli interessati. * Fifty Art Songs by Nineteenth Century Masters, ed. Henry
T. Finck, Henry T. Finck era un’eminenza ai suoi giorni, come
capita ai critici. Ma siccome i critici passano, è passato anche lui; e i
Fincks [fink = delatore,
ndt] non sono più quelli di una volta. Chi,
oggigiorno, annuncerebbe l’intenzione di “educare il gusto degli amateur così da renderli in grado,
d’ora in poi, di distinguere i diamanti e le perle vere dalle loro
imitazioni senza valore”? Suona come le vanterie di Bunthorne, e farà
ugualmente uscire dai gangheri i lettori. Tra i diamanti e le perle v’è il
rinomato Ah! The Torment! di
Paderewski, che esemplifica anche lo stile e gli standard della traduzione.
Si dice chiaramente che Grieg e Franz sono stati compositori di Lieder
migliori di Mozart e Beethoven, e si dà loro più spazio che non a Brahms e
Schumann. L’intero volume è ben confezionato ma anche ben intenzionato a
mostrare come il gusto musicale sia (de)formato dall’ambiente a prescindere
dalla valutazione oggettiva. È un avvertimento opportuno: intanto questo
prodotto del suo tempo (1903) fa pendant
con il coprischienale, l’aspidistra e il cestino di frutta finta. * Leoncavallo, Two
Songs for voice and piano, ed. P.Spada. Bèrben/Breitkopf Questa non sarà forse una tazza di tè troppo
zuccherato buona per tutti; ma almeno lo zucchero è stato raffinato da mani
esperte e intelligentemente cristallizzato. L’editore rintraccia un sapore fin de siècle, che è il modo più
preciso che trova per datare i manoscritti olografi originali (conservati
alla Libreria del Congresso): “E’ difficile determinare una data di
composizione” [in
italiano nel testo, ndt] (la versione inglese della
prefazione semplicemente omette questa frase non molto onerosa). Sembra che
egli abbia avuto qualche difficoltà anche a leggere i testi francesi di
Silvestre a Chenier, a giudicare dalla mezza dozzina di strafalcioni
grossolani nella trascrizione. Nella prima canzone, è necessario suonare un
campanello d’allarme per i cantanti un po’ sprovveduti. Il contesto
salottiero richiede di certo che si legga “yeux” e non “jeux” a battuta 17.
Il “jeux” della Signora può anche accendersi nell’oscurità, come dice
Silvestre, ma per quello sarebbe stato meglio il fumoir. * Warlock: Songs.
Bailey, Parsons Warlock e Parsons costituiscono (per quanto sia
sorprendente) un’ideale alleanza; pieni di spirito e di ardore, eppure
calmi e sereni quando il carattere lo richieda. La selezione è generosa e
ragionevolmente rappresentativa; il canto di Norman Bailey è tipicamente
risonante e spesso dal buon fraseggio, con occasionali inflessioni
delicate. Ma a questo punto, almeno per me, finiscono le buone notizie. Il
pianoforte è registrato troppo basso, con perdita di alcuni dettagli
espressivi, mentre la linea vocale è sempre invadente, spesso dubbia, e
troppo spesso semplicemente e negligentemente sbagliata. Come risultato, la
musica soffre, e così l’amante della musica. Chi ha nervi saldi può provare
a comparare la melodia del canto con quella dello spartito. Ad esempio a
battute 10, 31 e 39 di As ever I saw.
Le parole se la cavano ancora peggio. In Sigh no more, quanto tempo è passato da quando l’estate era
“levvy”? Gli zoccoli del cavallo in The
Fox dovrebbero “sbriciolarsi” [be crumbled], non “accartocciarsi” [be
crumpled], che fa tanto corna di vacca. Il mattino di maggio in After Two Years è sicuramente
“splendente” [bright], non “bianco”, men che meno “wite”, sia là che in The Frostbound Wood – il cui senso
di penitente agonia non si trasmette certo al meglio con il riferimento al
“Save-yer” o con la descrizione di una “child mother” anziché di “the
Child’s mother”. Povero Warlock, avere certe bestemmie pronunciate per
mezzo della sua arte. The
Musical Times, 1976/78 ©
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