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ERIC SAMS: RECENSIONI DI LIBRI

 

 

The Unconscious Beethoven by Ernest Newman. Gollancz

 

Il libro di Ernest Newman, ristampato nel centenario della sua nascita, fu pubblicato per la prima volta nel centenario della morte di Beethoven, con l’intenzione dichiarata di osservare il soggetto nella sua realtà.

            La Parte I (L’Uomo) spiega che: punto (a):  Beethoven è stato romanticizzato in modo eccessivo; punti (b)-(f): egli era veramente piuttosto stupido, disonesto, arrogante, sifilitico e ossessionato dal sesso. La Parte II (Il Compositore) rivela un’altra ossessione (g); non per il sesso, ma per “una certo piccolo inciso” che evoca “una sensazione di innalzamento e tensione” (h). “Ricorreva quando lui era in un particolare stato emozionale”, e può anche aver talvolta rotto gli argini, per così dire”. Lo usa laddove “lo stimolo verso l’alto” è manifesto, per “creare l’impressione di voler raggiungere qualcosa”, o per descrivere un eroe che si solleva nella sua maestà”. Può essere prominente, o nascosto, ad es. “nelle parti interne o al basso dei punti culminanti”. È un inciso di “tre note ascendenti in movimento  congiunto” (ovvero che salgono di grado) “che generalmente troviamo allo stesso punto”, ovvero nel climax (i). Ciò avviene istintivamente; perché sebbene possa sembrare che Beethoven talvolta “manipoli freddamente e consciamente il materiale”, i suoi atti creativi si concretizzavano subconsciamente (j); al loro interno egli cominciava a lavorare “in modo curioso, dall’intero, tornando poi al particolare” (k).

            Perlomeno, così ci vien detto. Sir Neville Cardus, nella sua introduzione, ha come la sensazione che “il principio penetrante di Newman è al lavoro in passaggi del genere. Ma se queste idee sono state procreate dall’inconscio di Beethoven (e non solo a scapito suo), allora è certo che le sue due ossessioni abbiano un vincolo sessuale; o quantomeno le due parti, l’uomo e la musica, avranno avuto qualche rapporto occasionale?

            Neanche per sogno. “La musica di Beethoven ha probabilmente meno connotazioni sessuali di qualsiasi altra musica, eccetto quella di Bach”. L’impronta digitale non ha niente a che vedere con la colpa. Beethoven ha il miglior alibi possibile; la sua mente era altrove a quel tempo. Le sue opere non furono per niente scritte da lui, ma dallo “spirito della musica”. Questi voli mistici sembrano portare lontano. Spesso svaniscono nelle nuvole dell’ignoto. Ad esempio, sebbene Beethoven fosse solamente uno strumento del suo inconscio (p.71, 148 e passim) non fu mai solamente uno strumento del suo inconscio (p.103, 139, etc.). Anche questa volta la difesa è spiritosa: Beethoven era in un tale stato che anche la sua coscienza era largamente inconsapevole (p. 142-3). QED.

            La sua presunta sifilide riceve lo stesso trattamento mercuriale. È inutile consultare i dottori; sono tutti in disaccordo. Secondo uno di loro (a volersi fidare di lui), di fatto non si dovrebbe giudicare senza le prove. Egli non vede che è l’assenza di prove a risultare decisiva. Perché, a sentire  Thayer, il Dr. Bertolini confessò una volta di aver distrutto delle carte compromettenti, cui aveva avuto accesso in quanto medico curante di Beethoven. Cos’altro sarebbe altrettanto conclusivo? Ne deriva che Beethoven avesse qualche segreto disonorevole, che doveva essere per forza di cose una malattia fisica, che sarà stata un’infezione venerea, che sarà stata contratta tramite contagio, il che sarà successo nel 1796, e che sarà il motivo per cui Beethoven odierà sua cognata nel 1818, “i fatti relativi al morbo [sic] di Beethoven sembrano dunque indiscutibili”.

            Anche gli altri temi sono più memorabili per la loro ricapitolazione che per lo sviluppo. Il punto (a) appare 14 volte; (b)-(f), 30; (g)-(i), 40; (j), 12; (k), 22. Tuttavia, un esempio di qualcuno “particolarmente dotato per la ripetizione inconscia delle stesse formule” è proprio Beethoven.

            Questi tratti peculiari potrebbero risultare gratificanti e rivelatori. Evidentemente Ernest Newman su Beethoven non ha la statura accademica di un Emily Andersonquella intellettuale di J.W.N. Sullivan. Egli propone invece quella che è stata definita la sua “disposizione emozionale verso la musica”, in un genere che è stato definito le avventure dell’anima tra i capolavori – anche se forse sarebbe più corretto usare “psiche”. Egli scrive come un artista creativo, con lo stesso procedimento che attribuisce a Beethoven, e così (mutatis mutandis), per quel che vale, conferma le sue tesi.

            D’un tale specchio musicale si può solo chiedere: sono reali le sue immagini, originali i suoi punti di vista, vere le sue riflessioni? Senza dubbio molte lo sono. Ad esempio, a voler chiedere un consulto medico sulla questione della sifilide, cosa che tra l’altro è sempre raccomandabile, si troverà qualche conferma [nota 1: vedi ad es. Dr.Dieter Kener, Krankheiten grosser Musiker (1963), p.78 ff.] delle congetture di Newman. Senza dubbio anche la piccola impronta digitale, osservata da ogni possibile angolazione (ottusa ma anche acuta), è un segno che potrebbe risultare d’aiuto nell’apprendimento della musica. Inoltre si viene catturati dall’idea stessa, che anticipa tecniche d’indagine molto più moderne. Credo che possa indicare la via di investigazioni e deduzioni ancor più scientifiche e dunque interessanti. Dunque se il tema di tre note ha veramente un significato quasi verbale, allora si dovrà trovare in rapporto significativo con parole e idee altrettanto significative. Ad un primo sguardo i risultati sono promettenti; sembra il simbolo di un’attività maschile, virile, con il tipico ritmo puntato in Der Mann von Wort, e come simbolo di struggimento in An die ferne Geliebte. Ancora: si possono studiare altri aspetti semantici dell’espressione musicale di Beethoven; ad esempio la sensibile sfumatura che in lui lega le tonalità di Fa e di Re, dando l’impressione di una tonalità così vigile e fiduciosa che anche la sua relativa minore può in breve essere promossa a maggiore (ad es. in op.10 n.2, I e III; op.33 n.3; op.68, I e III; etc.).

            Inoltre, si deve considerare in che misura l’insorgere d’una grave malattia possa rendere la musica cupa e piena di premonizioni della morte, proprio come Keats definiva il secondo periodo d’uno sviluppo artistico. Il che si presta abbastanza bene a Beethoven e a molti altri, e sembra rilevante in relazione a tutta la complessa questione della base mentale e fisica della creatività artistica.

            Su questi presupposti, il libro di Ernest Newman, che nonostante le ovvie debolezze ebbe a suo tempo grande seguito, potrebbe rivelarsi fecondo in questa sua nuova edizione. Un lettore ricettivo di tali idee, e in guardia da possibili concetti fuorvianti, può trovarlo accettabile al costo di 30 scellini, con esempi musicali (126) in numero quasi uguale a quello delle pagine.

 

The Musical Times, 1969 © the estate of eric sams

(trad. Erik Battaglia)

 

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